Un presidio permanente di cittadini bangladesi è presente senza interruzioni dal 9 Gennaio in Piazza San Giovanni, per richiedere un permesso di soggiorno per motivi umanitari. L’emergenza in Bangladesh è di due tipi, politica e naturale. Per quanto riguarda la situazione politica, il Bangladesh non ha un governo eletto democraticamente da ormai un anno; ha un governo tecnico, in cui è vietato manifestare contro la repressione e a favore della libertà di parola. E’ dunque impossibile qualsiasi tipo di attività politica di opposizione, nonché il diritto all’associazionismo. L’altra emergenza, quella naturale, è comparsa anche agli occhi dei nostri giornali a metà Novembre, con i pesanti danni causati dal ciclone Sidr. Tuttavia già a Luglio, Agosto e Settembre c’erano state numerose alluvioni, che avevano allagato ¾ del Bangladesh. I morti del ciclone sono solo approssimativi, perché non c’è un registro dove controllare gli scomparsi. I cadaveri ritrovati sono stati però ben 30.000, 8 milioni di persone si ritrovano senza tetto e senza viveri, 4 milioni di animali sono stati ammazzati, il costo della vita si è raddoppiato, mancano grano e riso. Questo è stato in parte riconosciuto anche dal governo italiano, che infatti manda aiuti economici e beni di prima necessità (cibo e medicine).
Ora i bangladesi presenti in Italia richiedono che venga loro riconosciuto un permesso di soggiorno per motivi umanitari, poiché ritornare in questo momento in Bangladesh significa “una condanna a morte”. Il Bangladesh è un paese sovraffollato, con una popolazione di 150 milioni di persone in un territorio più piccolo della metà dell’Italia, e occupato per il 30% da fiumi. I bangladesi chiedono semplicemente di poter lavorare in Italia, per poter mandare risparmi a un Paese da ricostruire. Ma l’iter sembra infinito.
La mobilitazione inizia il 4 Dicembre, con 500 persone davanti al Senato. Le forze politiche si impegnano a mandare un comunicato entro la settimana. Ma, vista nessuna risposta, la comunità bangladese organizza un presidio il 20 Dicembre, in Piazza Esquilino, che va avanti per tutta la notte. La mattina presto, finalmente, viene ricevuta una delegazione dalla sottosegretario all’interno Marcella Lucidi e dalla sottosegretario alla solidarietà sociale Cristina De Luca, che assicurano di trovare una soluzione subito dopo Natale. Passa Natale, passa Capodanno, passa l’Epifania, ancora nessuna risposta. Allora la comunità bangladese, il 9 Gennaio, organizza una manifestazione, cui partecipano almeno 8.000 persone. Appena il corteo gira per via de Fori Imperiali, arriva una notizia dal Viminale: “La circolare è pronta”. La circolare sospende di fatto le espulsioni dei cittadini bangladesi, fino a quando non cessa l’emergenza, e la polizia non può dare loro il foglio di via ma, se fermati, devono ripresentarsi nel mese di Giugno. Nel frattempo si è in un limbo in cui si tollera la loro presenza a causa dell’emergenza, ma non gli si dà la possibilità di lavorare. Quello che i bangladesi chiedono è semplicemente il rilascio di un riconoscimento, che si chiami permesso umanitario, emergenza Bangladesh, o in qualsiasi altro modo, purchè gli permetta di lavorare liberamente.
E come se non bastasse, in piazza San Giovanni in Laterano, ci si mettono anche i vigili urbani, che giunti sul luogo del presidio con tre pattuglie, intimano ai manifestanti di andarsene, pena l’arresto. Nelle parole delle forze dell’ordine, così come dichiarano i manifestanti, appaiono più volte frasi razziste, come “anche se telefoni al Presidente della Repubblica Italiana i neri devono andare via di qui” o “tutte le vostre facce da neri devono smontare via”.
I cittadini del Bangladesh sono ancora in piazza, con una forza e una volontà invidiabile, a richiedere i loro diritti umani, che dovrebbero essere garantiti da qualsiasi stato civile. Il 28 Gennaio hanno organizzato una assemblea cittadina, per collaborare con le altre forze dei movimenti, politici e non, con i cittadini italiani in generale, con chiunque si dichiari antirazzista, per chiedere aiuto e sostegno in una lotta giusta quanto lunga e difficile.
Gli episodi di razzismo delle forze dell’ordine, il continuo atteggiamento del “non do ma non nego” del Governo, il suo favoreggiamento del lavoro in nero, i continui controlli ai cittadini immigrati a seguito del pacchetto sulla sicurezza, sono buoni e fondamentali motivi contro cui battersi, perché l’Italia non venga più considerata un Paese fascista e razzista come lo è stato in altre buie epoche storiche.
Davanti al silenzio della stampa, che come al solito chiude un occhio di fronte alle questioni spinose del nostro Paese, bisogna essere in tanti per farsi ascoltare.