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Schifani, il razzismo, Abdul e Castelvolturno
di Simone Sestieri
[26.09.2008]


Ieri, qui da noi, nella capitale, sulla Tangenziale, c’erano due striscioni targati Militia. In uno c’era scritto: «Minime in Italia: Milano -1; Castelvolturno -6», nell’altro: «Schifani l’ebreo sarai te». Schifani ha visitato Auschwitz e Birkenau e, colpito, ha detto, con gli occhi un tantino lucidi, lui che sta al governo con LaRussa, «Siamo tutti israeliani…», non ebrei, badate bene, israeliani, un popolo non proprio pacifico e pacifista, un popolo che se può usare le armi le usa. Schifani si riconosce in “quel” popolo. Non è ebreo, è israeliano, e c’è differenza tra un ebreo nei campi di concentramento e un israeliano. Ma non è questo il discorso, la riflessione sarebbe troppo lunga e, come dice Lucarelli, «E’ un’altra storia». La storia infatti è un’altra, la storia è quella di un gruppo di ragazzi che attaccano i manifesti. La storia è quella di un uomo, un politico, Schifani, insultato. E di una classe politica che prende le sue difese. La storia è quella di un’élite che si fa scudo. Di un gruppo dirigente, tutto quanto, opposizione e maggioranza, che si sbriga a urlare allo scandalo. Per me lo scandalo è un altro. Molto più grave. Dire a Schifani «Sei un ebreo» non mi sembra un grande insulto. Certo, i tipi di Militia l’hanno detto in maniera dispregiativa, è vero, ma non è un insulto. Se dico a mio padre «Sei ebreo» non è che si offende. Ma, si vede, i politici sì. Prendiamolo come un insulto, in fondo i fasci così lo intendono. I politici fanno scudo, difendono Schifani. Ma tutti si scordano di un particolare. C’è un altro striscione, quello che dice «Minime in Italia: Milano -1; Castelvolturno -6», che nessuno dei politici ha preso in considerazione. Uno striscione ben più grave di un insulto, uno striscione dove si inneggia alla morte di sette persone. Uccise da italianissimi italiani. Uno striscione che fa gelare il sangue, che rallenta il battito cardiaco. Ripeto, non un insulto, ma realtà. Non sberleffo, ma cattiveria. Eppure, da quel che mi risulta, nessun politico ha espresso solidarietà nei confronti dei migranti uccisi, nei confronti, ad esempio, della famiglia di Abdoul. Nessuno ha alzato la cornetta, nessuno ha lasciato dichiarazioni, nessuno ha fatto niente. Il silenzio. Su che base si giudica l’importanza di uomo? Sul suo status sociale? Sulla relazione che ha con l’elettorato, sul portafoglio, o sulla casta? Perché l’insulto a Schifani è più importante dell’insulto ai familiari delle vittime uccise dalla mafia? Forse perché erano immigrati? Forse perché non erano politici? Forse perché i genitori di Abdoul in fondo sono solo cittadini, neri per giunta, e ricordare la morte di un figlio con uno squallido «-1», un numero, una «minima», non è importante quanto offendere l’onorevole Schifani. In fondo non ha importanza. La morte dico, non importa. Berlusconi va a togliersi le rughe. Nel frattempo a Napoli compaiono le scritte «Negri morti», ma sono negri, mica gente per bene. Oppure la lite tra LaRussa e Maroni. Sulla strage di mafia. Quella a Castelvolturno. Uno dice guerra tra bande, l’altro guerra civile. A cosa porta la loro lite? A complicare l’avvio del programma di tutela a favore di Joseph, il ganese sopravvissuto al massacro che ha fatto arrestare uno dei killer. Ma tutto questo non ha importanza. Non conta. Mica si chiamano tutti Schifani. Allora una cosa la faccio io. Che non conto un cazzo ma ancora un po’ di coscienza ce l’ho. Chiedo scusa alla famiglia di Abdoul e alle famiglie dei migranti uccisi dalla mafia. Chiedo scusa in nome di quel popolo italiano che ancora si riconosce in determinati valori. Esprimo la mia piena solidarietà alle famiglie delle vittime, cadute per mano italiana. Uccise a Castelvolturno e a Milano.

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