LEZIONE 11


UNA CASE HISTORY: PERCHE’ SI MUORE SUL LAVORO

Questa volta invece che parlare di leggi e norme, riporto un episodio di cui sono venuto a conoscenza e che è emblematico di quali sono le cause alla base degli infortuni e della morte sul lavoro. Quella che si suol definire una “case history”.

I nomi sono di fantasia, ma ogni riferimento a fatti o persone reali è puramente NON casuale !

Devo premettere però citando un po’ di normativa.
In questo caso il D.P.R.459/96 “Regolamento per l'attuazione delle direttive 89/392/CEE, 91/368, 93/44 e 93/68 concernenti il riavvicinamento delle legislazioni degli Stati membri relative alle macchine”, detta perm brevità “Direttiva Macchine”.
In parole povere si tratta del recepimento di una direttiva comunitaria che regola la messa in commercio, da un punto di vista della sicurezza, di ogni tipo di macchina, intesa come “un  insieme di pezzi o di organi, di cui almeno uno mobile, collegati tra loro, anche mediante attuatori, con circuiti di comando e di potenza o altri sistemi di collegamento, connessi solidalmente per una applicazione ben determinata, segnatamente per la trasformazione, il trattamento, lo spostamento o il condizionamento di materiali”.
La Direttiva Macchine prevede un iter molto severo per la messa in commercio delle macchine che prevede i seguenti passi (semplifico un po’, se no, non finiamo più, ma la sostanza è questa):
progettazione da parte del costruttore della macchina rispettando i “requisiti essenziali di sicurezza”, definiti dalla Direttiva stessa e da norme tecniche specifiche per ogni tipo di macchina (le norme EN “European Norms” recepite in Italia dall’ UNI (Ente nazionale di unificazione);
calcolo strutturale da parte del costruttore degli elementi portanti della macchina, secondo procedure di calcolo definite sempre da norme EN;
creazione da parte del costruttore del “fascicolo tecnico” della macchina che deve contenere la valutazione dei rischi (da eseguire secondo criteri ben precisi) presenti nella macchina e degli accorgimenti adottati per ridurre tali rischi a valori accettabili, il progetto della macchina, la relazione di calcolo di cui sopra, la certificazione dei componenti di sicurezza montati sulla macchina, gli schemi elettrici, idraulici pneumatici, il manuale d’ uso e manutenzione della macchina, le procedure di controllo per garantire che tutti gli esemplari della macchina (se realizzata in serie) siano conformi al progetto;

esame, da parte di Organismo di Certificazione Notificato,di un prototipo della macchina conforme al progetto contenuto nel Fascicolo Tecnico che è un’ ente privato, autorizzato (oggi) dal Ministero per lo Sviluppo Economico, secondo procedure definite dalla Direttiva Macchine, ad eseguire attività di verifica sulle macchine;
rilascio da parte dell’ Organismo Notificato, se e solo se il prototipo esaminato è conforme al Fascicolo Tecnico e alle norme tecniche, della Certificazione di Tipo che attesta appunto che l’ esemplare esaminato (il “tipo”) è adeguato da un punto di vista della sicurezza alle norme;
rilascio, per ogni macchina successivamente prodotta, da parte del costruttore, dell’ Attestazione di Conformità che certifica che la macchina è in tutto e per tutto conforme, cioè uguale al prototipo verificato dall’ Organismo Notificato.

E’ un po’ complicato, ma dovrebbe garantire che tutte le macchine prodotte e messe in commercio, siano progettate e costruite secondo i rigorosi requisiti di sicurezza richiesti dalle norme.

Riassumendo i passi sono:
progettazione secondo i principi di sicurezza e mediante calcoli strutturali, da parte del costruttore;
creazione del Fascicolo Tecnico che contiene tutti i dati progettuali, da parte del costruttore; ;
esame del Fascicolo Tecnico e di un prototipo, da parte di un Organismo Notificato;
rilascio della Certificazione di Tipo, da parte di un Organismo Notificato;
costruzione di tutte le macchine secondo il progetto del Fascicolo Tecnico, garantita da Attestazione di Conformità, da parte del costruttore.

Premesso questo, veniamo al caso.

La ditta Italgru costruisce e commercializza Piattaforme di Lavoro Estendibili (PLE). Sono quelle gru che portano all’ estremità dei bracci un cestello, destinato a contenere due o tre persone per eseguire lavori in quota, utilizzate soprattutto da muratori, elettricisti, idraulici per eseguire lavori in altezza.
Capite bene che sono oggetti che devono essere estremamente sicuri. Un incidente su tali macchine si risolve quasi sempre in un infortunio mortale, anche perché si raggiungono altezze fino a 50 metri.

Bene la Italgru per potere vendere tali macchine sul mercato Europeo deve attenersi alla procedura che ho sopra descritto.

Peccato che non ha un Ufficio Tecnico sufficiente in numero e competenze per eseguire i calcoli. Si sa assumere personale ha un costo e poi non si può sapere se tale personale sarà saturato di lavoro anche nel futuro.
Allora la Direzione della Italgru decide di affidare la progettazione, i calcoli e la stesura del Fascicolo Tecnico ad uno studio esterno.
Ovviamente sceglie uno studio, in grado formalmente di preparare tutta la documentazione richiesta (tanto è solo carta), ma che costi il meno possibile. Ridurre i costi è uno degli obiettivi primari di ogni azienda per realizzare il massimo profitto.
Affida così il lavoro ala Studio Carli, di proprietà appunto dell’ ing. Carli, che ha tariffe estremamente basse.
Le tariffe basse sono dovute al fatto che lo Studio Carli fa svolgere tali lavori a giovani ingegneri alle prime esperienze professionali e che in attesa di trovare di meglio fanno qualche lavoro con compensi molto bassi.
L’ obiettivo della Italgru è ridurre i costi di realizzazione delle proprie macchine e un altro modo è risparmiare sui materiali. Riducendo ad esempio lo spessore degli scatolati (profilati metallici a sezione quadrata) che formano i bracci della gru, si risparmia ferro, cioè si risparmiano soldi.

Fatto sta che il progetto della gru (anzi della famiglia di gru, con diverse altezze di lavoro), con spessori ridotti dei bracci non riesce a superare le verifiche di calcolo eseguite dallo studio Carli. Il giovane ingegnere lo comunica all’ ing. Carli che contatta la Italgru. La soluzione viene presto trovata: nel Fascicolo Tecnico e nelle relazioni di calcolo comparirà un progetto con spessori maggiori (tanto è solo carta), ma le gru verranno realizzate con spessori ridotti, tanto chi se ne accorgerà mai.

Già chi se ne accorgerà mai ? E l’ Organismo Notificato che deve collaudare la gru e che controllerà se il prototipo realizzato sia effettivamente conforme al progetto e alla relazione di calcolo ? Basta fare una verifica con uno spessimetro per accorgersi che lo spessore dei bracci è inferiore rispetto a quello riportato sui disegni.

L’ ing. Carlo, poco tecnico, ma abile imprenditore, trova ancora una volta una brillante soluzione. Dovete sapere infatti che oltre ad essere il proprietario dello studio Carli, egli è anche Presidente della Ecocert, Organismo di Certificazione. Il fatto che questo costituisca un’ evidente conflitto di interessi (si viene a creare la situazione in cui l’ organismo di controllo è di proprietà della stessa persona che possiede anche lo studio di progettazione che l’ organismo dovrebbe controllare) e che sia tra l’ altro proibito dal Ministero delle Attività Produttive, poco importa. Probabilmente lo studio Carli è intestato ad altra persona (magari la moglie o l’ amante dell’ ing. Carli), oppure probabilmente se qualche funzionario del Ministero ha scoperto qualcosa è stato subito tacitato con un bel “regalo”.

Fatto sta che alla fine lo studio Carli completa il falso Fascicolo Tecnico della gru, l’ Organismo Notificato Ecocert esegue tutte le sue prove sulla gru da certificare e ovviamente non si accorge della non conformità tra il prototipo e il progetto contenuto nel Fascicolo Tecnico.
Viene così rilasciata la Certificazione di Tipo per la gru e la Italgru ne può cominciare la produzione in serie.

Sempre alla ricerca affannosa della riduzione dei costi, la Italgru ne pensa un’ altra.
E’ ovvio che il costo di un operaio specializzato con anni di esperienza è sicuramente maggiore di quella di un apprendista e così i vecchi saldatori della Italgru andati in pensione non sono stati sostituiti con saldatori con decenni di esperienza, ma con ragazzi alle prime armi, magari con una gran buona volontà, ma con poco colpo d’ occhio sulla bontà o meno della saldatura eseguita.
Inoltre i controlli non distruttivi sulle saldature (cioè quei controlli a occhio o per mezzo di strumenti che permettono di verificare se la saldatura è stata eseguita in maniera esemplare, garantendo la resistenza strutturale richiesta) hanno pure essi un costo. Per cui meglio eliminarli, avendo cura però di fare comparire i certificati di collaudo (falsi ovviamente) sulle procedure di controllo Qualità della ditta.

Di conseguenza non solo le gru vengono realizzate con meno materiale del necessario, ma anche con saldature mal eseguite e non controllate.

Di queste gru ne vengono vendute un centinaio e centinaia di operatori cominciano ad utilizzarle in lavori fino a cinquanta metri di altezza.

Purtroppo la dinamica della rottura in questo tipo di macchine è che essa avviene “per fatica”. Detto in parole povere il materiale è in grado di sopportare carichi elevati una volta, due volte, dieci volte, ma a lungo andare si indebolisce, perde le sue capacità di resistere agli stress. E’ come quando si rompe un fil di ferro con le mani non piegandolo una sola volta, ma piegandolo una volta in un verso, una volta nell’ altro. Magari le prime dieci volte il fil di ferro non si rompe, poi man mano sentite che si sta indebolendo e alla fine lo riuscite a spezzare con lo stesso sforzo con il quale le prime volte non siete stati in grado.

Alle gru della Italgru succede così. Non si rompono subito. Ma a lungo andare i continui cicli di stress causano le prime rotture.
I primi incidenti, per fortuna non sono gravissimi, cadute da basse quote che si risolvono in fratture, ma non in infortuni mortali.

La Italgru capisce che ha superato i limiti e che se continua così c’è rischio che ci scappi il morto. E’ preoccupata, non per il morto in sé, ma perché rischia un indagine penale e una perdita di immagine sul territorio nazionale, cioè meno clienti, meno fatturato, meno profitto.

Corre allora ai ripari e mentre comincia lo scarica barile con lo studio Carli e con la Ecocert, comincia a richiamare le gru per “controlli di routine”. In realtà le richiama per aggiungere dei rinforzi nei punti a rischio. Peccato che le gru sono tante e ci vuole del tempo a rinforzarle tutte. La Italgru non può nemmeno dire ai clienti utilizzatori che le gru sono pericolose e che non le possono utilizzare, perderebbe credibilità e clienti. Cioè meno vendite, meno fatturato, meno profitto.  

Alla fine succede. La rottura del braccio avviene con il cestello a venti metri di altezza. Il cestello viene giù di schianto e l’ operaio che c’ era sopra muore sul colpo.

Sui giornali si parlerà di “tragica fatalità”, forse di “errore di manovra”. Verrà sicuramente avviato un procedimento penale, probabilmente, visto i tempi della giustizia e che comunque questi sono processi lunghi, tra perizie tecniche di parte, accuse e contraccuse tra i tre attori (Italgru, studio Carli ed Ecocert), il delitto cadrà in prescrizione (sono sufficienti sette anni e mezzo).

Nel frattempo l’ ing. Carli continuerà a girare l’ Italia in cerca di consulenze sulla sua Chrysler 300C, mentre nel posteggio della Italgru continueranno ad essere parcheggiate le tre vetture aziendali dei dirigenti: una Audi A8, una Mercedes classe E Station Wagon e una Volvo V60.

Ecco perché si muore sul lavoro !

PER QUALSIASI DUBBIO O INFORMAZIONE CONTATTA: sicurezza@insensinverso.org

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