NUOVA LOTTERIA ITALIA: DECRETO FLUSSI!
di Simone Sestieri


Roma 15/02/2008

Sono le 17 e a piazza Santissimi Apostoli (Roma) c’è ancora poca gente. I poliziotti si guardano attorno un tantino confusi, aspettando l’arrivo delle masse di migranti. Fra oggi e domani, in tutta Italia, sono previste mobilitazioni contro il decreto flussi. Qualche romano ignaro si guarda attorno domandandosi perché, in giro, c’è così tanta polizia. “Verrà qualcuno di importante!”, esclama un signore di mezza età. E invece no, oggi non viene nessuno di importante. Oggi vengono i migranti, vengono a protestare contro il decreto flussi, contro il “click –day”, contro “l’ansia da pulsante”. Perché di ansia si è trattata. Le richieste di lavoro, teoricamente fatte dai padroni italiani, sono state per gli stranieri una fonte di speranza non indifferente. La possibilità di essere regolarizzati, in un paese che troppe volte li giudica invisibili, ha reso gli stranieri euforici e al contempo inquieti. A dicembre, quando le domande furono spedite, file di immigrati si posizionarono davanti agli internet point, ad aspettare le otto del mattino, a litigare per un computer, pronti a premere il pulsante “invio” in tempo, prima delle otto e cinque. Un trattamento ansiogeno. Le domande dovevano essere spedite, teoricamente, dal datore di lavoro, rivolte ad uno straniero che, altrettanto teoricamente, non aveva mai messo piede in Italia. Nella pratica, a compilare il questionario e a premere il pulsante furono gli stranieri già presenti nel nostro territorio. Una finta legalizzata. Un ottimo modo per speculare sulla pelle di chi non ha diritti. Un giusto proseguimento della tanto discussa Bossi-Fini.

Alle 17 e 05, a piazza Santissimi Apostoli, inizia ad arrivare la gente. Sono africani, bangladesi, indiani, sud americani, uniti da un unico grido, l’accettazione di tutte le domande presentate per il decreto flussi. Accanto a loro numerose associazioni. C’è il centro sociale ex-Snia, c’è INsensINverso, l’Arci, Senza Confini, Lunaria e Action. C’è un movimento nascente, il Coordinamento Romano per la Promozione della Libertà di Movimento; ci sono i singoli cittadini e i semplici curiosi. C’è molta polizia che però ride e scherza con i manifestanti. Mohammed, del Bangladesh, dice, “Sono in Italia da cinque anni e sono clandestino, sono un venditore abusivo, vendo vestiti; vorrei vivere qui in Italia senza problemi, vorrei pagare le tasse e non essere costretto a scappare; ma non posso, non ho il permesso di soggiorno”. C’è Huda, “Ho fatto la domanda attraverso il padronato, so che, se non la inviavi entro le otto del mattino non c’erano speranze, la mia è arrivata alle undici”. C’è Luis, “Ho paura di uscire da Magliana, il quartiere dove vivo, ho paura che la polizia mi fermi e mi spedisca in un CPT”. C’è molta gente, a piazza Santissimi Apostoli, e ognuno porta in strada la sua voce, il suo dissenso. Un dissenso accumulato da anni di diritti negati e frasi non dette. Un dissenso accumulato da 700.000 domande, quelle presentate per il decreto flussi. “Ne accettano solo 170.000”, mi dice Enrica, un avvocato che da anni si batte per i diritti dei migranti. A piazza Santissimi Apostoli si respira una bella aria, in giro ci sono decine di uomini provenienti dalle parti più disparate del mondo, molti li chiamano “gli invisibili”. Un nome azzeccato. Alle 19 e 30 la delegazione sale a parlare con il prefetto. Gli altri restano giù, in strada. La delegazione, dodici persone scelte fra migranti e membri delle varie associazioni, entra in prefettura, pronti a presentare una serie di domande al prefetto di Roma. Prima consegnano i documenti al poliziotto all’entrata, poi salgono due piani di scale, superano un piccolo corridoio e  vengono accolti da una signora gentile che li fa accomodare in una grande stanza. La stanza che li attende ha un soffitto dove è dipinto un affresco elegante. Nazim, un bangladese con regolare permesso di soggiorno, osserva esterrefatto la bellezza del disegno, i colori compatti che vanno sfumando lentamente, “Questa è casa mia”, scherza con gli altri. Ma non è casa sua, casa sua è molto più piccola, e non ha i soffitti dipinti. Quando il prefetto entra saluta tutti stringendo le mani. Poi comincia la discussione. La richiesta della delegazione è semplice, accettare tutte le domande presentate. Il motivo altrettanto semplice, il decreto flussi è una finta plateale. Un terno al lotto che riempie i migranti di false speranze. Il prefetto ascolta tutti con attenzione. Ascolta le parole degli uomini e delle donne seduti attorno a lui. La proposta, unica, delle differenti realtà presenti. Promette di parlare con Amato e Ferrero. Promette di riferire, di confermare. Dice che non può infrangere la legge, che è importante seguire le istanze, che è contento di vedere un gruppo così omogeneo. Parla molto, il prefetto, usando parole di conforto. Ma non dà garanzie. Non si sbilancia. Viene tirato fuori il problema del Bangladesh, paese martoriato dal ciclone Sidr, e il prefetto conferma l’annullamento temporaneo delle espulsioni, ma nulla di più. Quando la delegazione scende in strada si sono fatte le nove di sera. Sotto sono rimasti in pochi, in attesa. Fa freddo e Islam dice, “Mi si sono surgelati i piedi”. Domani, in altre città, verranno presentate le stesse richieste che sono state fatte a Roma. Domani, in altre città, i migranti scenderanno in piazza. Dal nord al sud la domanda salirà in alto, nei palazzi del potere. Accettare tutte le richieste. Annullare la finta del decreto flussi, dare visibilità a chi non ce l’ha.

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